SONO NATO DUE VOLTE
di Alain Kalita
SOGNO
D'INFANZIA
È tutto vestito di
azzurro, l’azzurro insondabile di un cielo estivo, brividi leggeri lo percorrono
di tanto in tanto quasi a dimostrare che respira. Non so dove fissare lo
sguardo: è così grande, così misterioso. Siamo nell’agosto del 1969, ho sei
anni, e il mare è davanti a me, per la prima volta.
Un giorno avrò una barca per andare laggiù, dietro all’orizzonte.
Con il passare degli anni, spesso la vita respinge i sogni in fondo a un
armadio; il dipartimento della Senna e Marna, nella regione parigina, è
piuttosto lontano dal mare, ma quel primo incontro ha lasciato in me un tale
segno che nulla riuscirà a farmelo dimenticare.
La barca è lo strumento che un giorno mi permetterà di raggiungere quell’orizzonte.
Mi piacciono le barche, ma posso guardarle solo da lontano. Vorrei tanto essere
sopra una di quelle che portano i turisti a fare un giro in mare, ma questa idea
non entusiasma i miei genitori.
Il mio primo contatto con una barca non sarà che un piccolo natante incatenato a
un tronco d’albero, sulle rive della Marna. Ho paura che il proprietario spunti
all’improvviso da dietro la boscaglia, ma il desiderio è più forte della paura.
È meraviglioso stare sull’acqua, sentire per la prima volta quell’instabilità
che mi culla e mi riempie di gioia.
A nove anni non riesco a convincere i miei compagni a costruire una barca,
allora faccio capanne come tutti i bambini della regione. La mia prima barca me
la costruisco da solo, al ritorno dalle vacanze al mare. Un’imbarcazione lunga
due metri, con un pozzetto, una cabina, un albero messo insieme con vari pezzi
di canne di bambù, una vela ricavata da un lenzuolo, tutto ciò, ma in primo
luogo la comprensione dei miei genitori che assistono – tra rumori di sega e di
martello – alla trasformazione della sala da pranzo in un cantiere navale. Una
barca deve essere bella. La mia sarà azzurra, colore del mare in estate. L’ho
anche già battezzata Il piccolo Fécamp, dal nome del porto delle ultime vacanze.
Durante alcuni mesi la sala sarà tranquilla o burrascosa, secondo l’umore
dell’oceano immaginario nel quale avanziamo insieme, la mia barca e io.
Passano i mesi e l’oceano della sala da pranzo diventa troppo immaginario per
contenere il mio desiderio impaziente di navigare.
Un camion ha da poco scaricato nel cortile un cassone pieno di bancali. Mio
padre li deve segare in piccoli pezzi che serviranno ad alimentare la stufa
durante l’inverno. Tutte quelle assi mi fanno venire la voglia di costruire una
barca. C’è un fiumiciattolo vicinissimo al villaggio, grande quanto basta per
posarvela. Le prime prove di navigazione sono umide. Mio padre mi aiuta a
stagnare quel colabrodo, foderandolo con una lamina di zinco. Per trasportare la
mia opera fino al fiume ho trasformato la carrozzina che era servita a me e a
mio fratello. Il fiume è così piccolo che nemmeno lo si vede dalla strada. Cosa
penseranno gli automobilisti che incrocio su questa strada di campagna, mentre
tiro un’imbarcazione posata sopra una carrozzina per neonati?
Fin da quando avevo otto anni riesco, ogni inverno, a trascinare i mie genitori
al Salone Nautico di Parigi. Un luogo fantastico, dove ammirare le barche che un
giorno saranno mie. All’inizio dell’adolescenza la lettura arricchisce di colori
il mio sogno. Il Salone Nautico è anche l’occasione di frugare tra gli scaffali
dei libri, alla ricerca di storie di mare e di avvantura.
Perché un libro invece di un altro? Il titolo stampato in rosso attira il mio
sguardo e basta già a farmi sognare: La lunga rotta. Anche la faccia del barbuto
in copertina cattura la mia attenzione. Cerco d’immaginare il numero di giorni
che ha passato in mare per avere una simile barba. Il mare, le barche, questa
voglia è in me fino dal nostro primo incontro, ma ora questo libro mi fornirà lo
scopo preciso che mi mancava. Più che una storia di mare, è uno spaccato di
vita, un viaggio ben oltre l’orizzonte degli uomini. Questo libro mi dice, mi
canta, che dietro l’orizzonte più che una navigazione c’è la vita. Ho trovato
ciò che mi mancava, ora so dove orientare il mio sogno di oceano. La barca che
avrò un giorno mi permetterà di fare il giro del mondo in solitario e senza
scalo, per cercare anch’io di sentirmi vivo.
Tutto volge per il verso giusto, e il libretto rosa che mi viene posato
sull’angolo del banco di scuola, così come ad altri allievi, è la fortuna che mi
arride. Non me ne rendo conto subito, perché in un primo tempo è piuttosto il
libretto della vergogna. Hanno stabilito che non avrò la possibilità di
continuare gli studi dopo la seconda media: troppo scarso, decisamente troppo
scarso in francese. Siamo alla fine di aprile, ho tre settimane per scegliere
quale mestiere fare. Eccomi, più tardi, finito in un istituto tecnico per
elettricisti. Perch’é proprio questo mestiere? Tutto si è svolto a una tale
velocità che non so più a che punto sono. "Che lavoro fate?" "L’elettricista".
Suona bene, meglio che spazzino o muratore. Deve aver suonato bene per molti
altri, fortunatamente; ci sono più domande che posti disponibili. Ci fanno
seguire un periodo di addestramento di quindici giorni nelle tre professioni
insegnate nell’istituto. I "migliori" avranno il diritto di diventare
elettricisti; gli altri, decideranno i professori.
Abbandono l’idea, di cui non ero nemmeno tanto convinto, di fare l’elettricista
scoprendo l’arte del calderaio. Quando per la prima volta ho udito questo nome,
mi sono immaginato i calderai come dei fabbricanti di paioli. Durante la mia
prima visita a una bottega di calderaio, quel luogo chiuso, con l’odore di
saldatura e di alluminio tagliato, sapeva un po’ di aria d’alto mare. Non è
forse questa la professione di chi fabbrica barche? Finora, la mia barca
l’immaginavo soltanto; a cominciare da questo momento potrò anche sentirne
l’odore.
È incredibile cosa si può fare a partire da una lamiera e da un martello. Si
associa quasi sempre la brutalità all’uso di questo utensile, mentre è proprio
il contrario. Non si ottiene nulla senza dolcezza, senza precisione. Bisogna
pensare continuamente alla reazione del metallo; intuire, da come vibra, se il
colpo è stato dato nel punto giusto, con la forza giusta; mettersi quasi al suo
posto, a volte, per riuscire a capirlo. Provo piacere in questo lavoro, quando
la forma riesce come è previsto che riesca, quando s’intravvede il risultato
prima ancora di dare il colpo. Ogni giorno mi stupisco delle forme che nascono
sotto le mie mani. E ogni mattino mi alzo per andare a scuola con piacere, per
la prima volta in vita mia.
Mi capita un giorno di esporre ad alcuni amici la mia idea di navigare attorno
al mondo (non il progetto di giro del mondo senza scalo, che resta un segreto,
ma una semplice navigazione tropicale), un compagno di classe mi chiede: "Come
farai per la pensione?" La sua reazione puzza talmente di stantio che mi lascia
ammutolito. È uno già morto prima ancora di avere vissuto.
Inizio il mio terzo e ultimo anno di studi, ho diciassette anni, l’esame è
vicino. Con i risparmi messi in banca ho deciso di lanciarmi nella costruzione
di una barca a vela di cinque metri. Investo il mio gruzzolo nell’acquisto di
compensato marino. È la soluzione più economica per realizzare una piccola
imbarcazione. Una barca è anzitutto un disegno, dei piani che arrivano per
posta, con mille particolari nascosti in grandi fogli ricoperti di cifre. È come
se dovessi decodificare un messaggio segreto. Ma poi, insistendo e rileggendo
parecchie volte la lettera di accompagnamento del progettista, finisco con il
capire quel linguaggio che mi consentirà di trasformare un disegno cifrato in un
piccolo veliero.
A scuola mi chiamano il dormiglione. Effettivamente devo avere spesso i
lineamenti tirati e le borse sotto gli occhi a furia di passare tutte le serate
nel garage. La ricompensa sta nel fatto che la costruzione della barca procede
spedita.
Il mio cantiere navale diventa presto uno spettacolo per molti abitanti del
villaggio. Sono numerosi coloro che ora modificano il percorso della loro
passeggiata, in modo da transitare davanti al garage, solo per dare un’occhiata,
per rendersi conto di persona delle voci che corrono. La loro curiosità mi fa
ridere, perché non c’è nulla da vedere in questa corte piena di garage, nulla, a
parte la mia barca. Alcuni si avanzano un po’ di più, come il mio vicino, che si
guarda attorno, sembra borbottare qualcosa, e dice sempre la stessa frase prima
di andarsene: "È già un bel barcone".
La sera, è sovente un gruppo di giovani a essere attirato dai piccoli rumori,
dal respiro della costruzione. Sono almeno una decina. Certe sere non ci
parliamo nemmeno. Sento solo un mormorìo.
Rimangono cinque, dieci minuti, poi ripartono. Torneranno domani. (continua ...)
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