Il 13 dicembre 1294 papa Celestino V “sedutosi in trono, impose il silenzio ai cardinali, e prese la pergamena, e cominciò a leggere quella sentenza assai triste, e rinunciò al papato. Poi scese dal trono, e l’anello, e la mitra o corona, e il manto pontificale depose per terra, e in terra egli stesso si pose a sedere.”
Finì così il breve pontificato di Pietro del Morrone, salito al soglio pontificio con il nome di Celestino V. Quel gesto, per il quale Dante lo consegnerà alla storia come “colui che fece per viltade il gran rifiuto” (Inferno III,60), viene oggi riletto e reintepretato dallo medievista Paolo Golinelli che nella biografia “Celestino V, il papa contadino” (Mursia) propone una inedita chiave di lettura di un personaggio straordinario e del suo tempo.
Golinelli ricostruisce la vicenda umana di Pietro Celestino inserendola nel contesto delle lotte politiche ed ecclesiastiche di fine Duecento, nell’ambiente rurale e nella natura selvaggia nella quale egli crebbe e si fece eremita. E proprio in queste origini contadine sta la riabilitazione di Celestino V secondo Golinelli che scrive: “Il giudizio di “viltade” di Dante non fa che ribadire quell’origine sociale del papa rinunciatario, non vigliacco ma solamente vile perché figlio di villani, e quindi nemmeno tanto colpevole se non per non essersi riscattato da una tale viltade d’origine.”
Il saggio di Golinelli ci restituisce in tutta la sua complessità la figura di un uomo dotato di forte personalità, di grande fede e allo stesso tempo sofferente, inquieto e lacerato. “Un uomo semplice che non si lascia attrarre dagli onori della tiara. Quel rifiuto non fu rinuncia ma separazione completa da una vita che non comprendeva, per tornare al suo eremo vero alla falde del Monte Morrone.”
Un luogo al quale non riuscirà a tornare. Incarcerato da Bonifacio VIII agli inizi del 1295 Pietro del Morrone verrà rinchiuso nel castello di Fumone, nel cuore della Ciocaria. Qui morirà il 19 maggio del 1296. Il 5 maggio 1313 venne canonizzato. |