Un’alleanza con le forze più militanti
del Front National de Libération per costruire la
nouvelle Algerie. Era questa l’idea che stava alla
base del “piano Pouget”, messo a punto dal maggiore
dei paras Jean Pouget pochi mesi dopo la “battaglia
d’Algeri” e l’indomani della mobilitazione dei
pieds noir che chiedevano il mantenimento dello governo
francese in Algeria (13 maggio 1958). Il piano prevedeva la liberazione
di Yacef Saadi, responsabile della Zone autonome d’Alger
per l’Fln, condannato a morte per reati di terrorismo, un
suo appello per il cessate il fuoco e l’integrazione di alcuni
dirigenti dell’organizzazione clandestina nel comitato di
salute pubblica algerino.
A riportare alla luce questa pagina poco nota della guerra d’Algeria
è Gianfranco Peroncini che nel saggio “IL
SILLOGISMO IMPERFETTO. LA GUERRA D’ALGERIA E IL PIANO POUGET”
(MURSIA 2007, PAGG. 808, EURO 26,00), in libreria
in questi giorni, ricostruisce con una puntigliosa ricerca documentale
la vicenda algerina dandone una chiave di lettura originale che
offre molti spunti di riflessione anche sulle guerre di oggi.
“Le vicende della guerra d’Algeria sono tornate d’attualità
con “l’affaire Aussaresses”, le terribili
memorie-verità dell’ alto ufficiale francese hanno
scoperchiato i bassifondi dell’ultimo grande tabù del
passato coloniale francese. La lezione di quelle vicende, cioè
l’apparente l’incapacità di una democrazia occidentale
di venire a capo di un’ondata terrorista devastante, preoccupa
e fa riflettere anche sui conflitti di oggi dove altre campagne
terroristiche lanciano il guanto di sfida per fare cadere il mondo
nella trappola della radicalizzazione, del fanatismo, dell’estremismo
settario, dell’odio di razza e di religione, dello scontro
di civiltà”. spiega Peroncini.
Ne IL SILLOGISMO IMPERFETTO l’autore affronta
i passaggi cruciali, militari e politici, della guerra d’Algeria:
la questione della tortura; il coinvolgimento di Mitterand, stritolato
nella mécanique dell’orrore di quei giorni
complessi e drammatici; il malaise dell’esercito, il mito
eroico e inquietante dei paras; il rinnegarsi della gauche
francese; la rivolta e i complotti del 13 maggio; il passaggio dalla
IV alla V Repubblica; i retroscena dell’attentato a colpi
di bazooka contro il generale Salan, un tenebroso affaire
che farà tremare dalle fondamenta la IV Repubblica. E infine,
il “piano Pouget” che rappresenta il momento culminante
di un processo che attraversa tutte le fasi del conflitto per disegnare
l’incontro, esistenziale prima, politico poi, tra le parti
più coinvolte nel conflitto, i paras e fellagha
del Front de Libération Nationale.
Tutto era nato lungo le piste d’Indocina e nei campi di prigionia
viet-minh dove gli ufficiali francesi avevano avuto modo
di riflettere sulle cause sociali e politiche di quelle guerre “rivoluzionarie”.
Dopo Dien Bien Phu i militari che si trovarono a combattere in Nordafrica
non volevano essere il braccio armato della repressione di una rivolta
che anche uomini come Mitterand consideravano ingiustificata. Volevano
“capire”.
Tra i reparti operativi francesi nacque allora un sentimento di
simpatia – nel senso etimologico del termine: “soffrire
insieme” – nei confronti di quell’avversario che
erano stati mandati a combattere. Lentamente, in un’omologia
già “fatale”, il semplice riconoscimento del
valore reciproco cominciò a precisarsi sino ad assumere connotati
precisi. Pochi mesi dopo la fine della “battaglia d'Algeri”,
un gruppo di ufficiali paras pensò la “grande
eresia”: la possibilità di costruire la nouvelle Algérie
con il concorso delle forze più militanti dell’Fln.
Un disegno organico, che aveva alle spalle il passo di due divisioni
di paracadutisti, per porre fine alla guerra d'Algeria.
Il “destino” e il generale de Gaulle vollero diversamente.
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