|
“Tutti i giorni milioni di cene a base di
sushi e sashimi incidono pesantemente sull’ecosistema
marino”. È la provocatoria affermazione di Fabiana
Callegari, autrice per Mursia del saggio Geografia del
mare e della pesca. Le basi della consapevolezza (Mursia, pp.
292, 22 Euro).
Dottore di ricerca in Geografia e collaboratrice dell’Università
di Scienze Gastronomiche (Parma) sui temi della Geografia del prodotto
tipico, la Callegari ha tracciato nel suo libro le linee guide per
capire come, e quanto, nuove abitudini alimentari proiettate su
scala mondiale finiscano per essere minacce sul sistema mare. La
questione può essere sintetizzata così: mangiare pesce
fa bene agli uomini ma non all’ecosistema marino.
Un esempio tratto dalle statistiche pubblicate nel volume. Nel 1950
venivano pescati 0,2 milioni di tonnellate di Tonno rosso contro
i 4, 5 milioni del 2003, pari al 20% della pesca mondiale. Valori
in costante aumento - e ben superiori a quelli raccomandati dagli
scienziati - che hanno causato una riduzione del 90% delle riserve
di riproduzione del tonno. Questa specie è un anello fondamentale
nella catena alimentare dell’ambiente pelagico, ma gli effetti
dell’overfishing lo stanno trasformando sempre più
da specie dominante a specie rara, con il rischio di intaccare gravemente
l’ecosistema marino.
Complessivamente negli ultimi cinquant’anni la pesca costiera
e marina, per effetto dell’incremento del numero di imbarcazioni
e degli addetti, ma anche delle nuove tecniche e strumenti di cattura,
ha registrato un incremento da 19 milioni di tonnellate
del 1950 ai 90 milioni della fine del 2000.
A spingere verso una vera e propria industrializzazione del mare
e della pesca è la continua e crescente domanda di pesce
che arriva dalle tavole di tutto il mondo occidentale: effetto di
nuove abitudini alimentari, di nuovi stili di vita, di mode gastronomiche
promosse da chef influenti come delle pop star. Risultato: mangiamo
meglio senza curarci della catena produttiva che sta saccheggiando
i mari.
“Se nei prossimi anni aumenterà la consapevolezza che
‘mangiare è un atto agricolo’, per usare le parole
di Wendell Berry, allora si saranno create le condizioni culturali
per giungere ad un uso più giusto e più equo delle
risorse e al riconoscimento del loro reale valore”. sostiene
la Callegari nel suo libro.
Anche per il pesce in tavola, così come è già
avvenuto per altri prodotti, deve imporsi un consumo consapevole:
specie locali, nella stagione giusta e in piccole quantità.
“La consapevolezza nasce dalla conoscenza del valore di quello
che mangiamo. Come disse un pescivendolo del XIX secolo a un cliente
che mercanteggiava sul prezzo di un merluzzo: “non è
pesce, quello che state comprando: è la vita stessa degli
uomini”.
L’autrice
Fabiana Callegari, dottore di ricerca in Geografia,
docente a contratto presso la Facoltà di Architettura (Dipartimento
Polis) dell’Università degli Studi di Genova, attualmente
collabora con l’Università di Scienze Gastronomiche
sui temi della Geografia del prodotto tipico. Autrice di numerosi
contributi scientifici nel campo della geografia culturale, ha pubblicato
il volume Sistema costiero e complessità culturale. Elementi
geografici per la gestione integrata (Patron Editore, 2003).
|