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AlbaNaia di Augusto Bianchi
Rizzi, avvocato e scrittore milanese, edito da Mursia
(pagg. 235, euro 17,00) è un romanzo sulla guerra d’Albania
in cui la memoria privata e quella collettiva si intrecciano in
un modo imprevedibile e struggente.
La voce narrante del romanzo è il tenente medico degli alpini
Vittorio Bellei, giovane idealista che crede nel
fascismo e nel Duce per il quale è pronto a combattere una
guerra che si rivelerà un autentico inferno di fango, sangue
e morte. Nel novembre del 1940
parte volontario per il fronte greco-albanese lasciandosi alle spalle
un bambino di pochi giorni e una giovane moglie.
Il romanzo ripercorre attraverso le vicende di un gruppo di alpini
del battaglione Edolo le tappe della guerra nei Balcani che costò
all’Italia 13.775 morti, 25.067 dispersi, 50.874 feriti, 12.368
congelati e 52.108 ricoverati in luoghi di cura.
Nell’oscura geografia di un Paese in cui la violenza del nemico
è pari a quella dell’ambiente gli alpini scoprono presto
che la guerra del Duce non sarà quella passeggiata che si
credeva: male equipaggiati, peggio armati, nelle trincee a duemila
metri sopravvivono solo grazie a quell’incredibile spirito
di corpo e di umana solidarietà che contraddistingue le Penne
Nere.
I personaggi che si marciano, soffrono, combattono e muoiono in
AlbaNaia hanno nomi “italianissimi” e comuni: si chiamano
Nerbo, Marazza, Sansone, Castelnuovo, Brambati, Galbiati, Saccani,
sono ufficiali e soldati semplici o cappellani come Don Piero o
Don Salvo, figure di straordinaria forza morale. Sono uomini che
hanno sogni, rimpianti, paure ma soprattutto hanno corpi feriti
e martoriati dal freddo e dalla fame, corpi a cui Bellei cerca di
dare, come e quando può, assistenza. Lui, il fascista esemplare,
si china su quell’umanità dolente senza mai un moto
di ribellione verso chi ha mandato quegli uomini al massacro.
E quando rientrati in Patria, in una Bari che accoglie in festa
le truppe decimate, sente il Duce in persona chiamare gli alpini
a una nuova guerra sul fronte russo non si tirerà indietro.
Partirà volontario.
Qui finisce il romanzo. E comincia la storia vera. Quella di un
figlio ormai adulto che si ritrova fra le mani il diario del padre
Giovanni (Giannino) Bianchi. Era nato nel 1914, laureato in medicina,
partito volontario per le guerre fasciste, Francia, Albania e Russia
da dove non è mai tornato.
Dietro di sé ha lasciato una moglie giovanissima e un bambino
al quale ha dedicato il suo diario di guerra. Nella struggente Nota
dell’autore che chiude il romanzo come in una sorta di epilogo
Augusto Bianchi Rizzi racconta del ritrovamento del diario, della
lettura, e soprattutto di una domanda del nipote Lorenzo che da
tempo chiedeva una risposta: “Che tipo era il nonno?”.
E racconta della decisione di costruire un romanzo sulla traccia
di quel diario del padre che non ha mai conosciuto.
Cercando di ricostruire una memoria privata Augusto Bianchi Rizzi
ha ripercorso la storia collettivi di uomini che hanno combattuto
in Albania e così facendo ha ridato voce a una generazione
di giovani che ha creduto negli ideali fascisti e che è stata
tradita.
Lo storico Giorgio Galli nella prefazione al romanzo scrive: “Nella
gigantesca guerra di continenti che ha insanguinato il mondo tra
il 1939 e il 1945 i pochi mesi tra il novembre del 1940 e l’aprile
del 1941 sono invece racchiusi nella parentesi di una piccola guerra
italo-greca, quasi staccata e avulsa dal più tragico evento
del XX secolo. Il romanzo di Bianchi Rizzi colma una lacuna. “
L’autore
Augusto Bianchi Rizzi, avvocato, scrittore e commediografo,
vive e lavora a Milano. Tra le sue opere teatrali ricordiamo: Monologo
a due (1984), L’ultimo dei Mohicani (1985), La vita è
un canyon (1992), Ombre rosse (1993), Un uomo solo al comando (vincitore
del Premio Vallecorsi 1997), Veronica e Guglielmo (2003); ha anche
scritto il romanzo Figlio unico di madre vedova (1993), finalista
al Premio Calvino.
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