COMUNICATI STAMPA

 

Comunicato stampa 47
ottobre 2007

Tra memoria privata e Storia la struggente trama di AlbaNaia,
il romanzo di Augusto Bianchi Rizzi
che racconta l’odissea degli alpini in Albania.

AlbaNaia di Augusto Bianchi Rizzi, avvocato e scrittore milanese, edito da Mursia (pagg. 235, euro 17,00) è un romanzo sulla guerra d’Albania in cui la memoria privata e quella collettiva si intrecciano in un modo imprevedibile e struggente.
La voce narrante del romanzo è il tenente medico degli alpini Vittorio Bellei, giovane idealista che crede nel fascismo e nel Duce per il quale è pronto a combattere una guerra che si rivelerà un autentico inferno di fango, sangue e morte. Nel novembre del 1940 parte volontario per il fronte greco-albanese lasciandosi alle spalle un bambino di pochi giorni e una giovane moglie.
Il romanzo ripercorre attraverso le vicende di un gruppo di alpini del battaglione Edolo le tappe della guerra nei Balcani che costò all’Italia 13.775 morti, 25.067 dispersi, 50.874 feriti, 12.368 congelati e 52.108 ricoverati in luoghi di cura.
Nell’oscura geografia di un Paese in cui la violenza del nemico è pari a quella dell’ambiente gli alpini scoprono presto che la guerra del Duce non sarà quella passeggiata che si credeva: male equipaggiati, peggio armati, nelle trincee a duemila metri sopravvivono solo grazie a quell’incredibile spirito di corpo e di umana solidarietà che contraddistingue le Penne Nere.
I personaggi che si marciano, soffrono, combattono e muoiono in AlbaNaia hanno nomi “italianissimi” e comuni: si chiamano Nerbo, Marazza, Sansone, Castelnuovo, Brambati, Galbiati, Saccani, sono ufficiali e soldati semplici o cappellani come Don Piero o Don Salvo, figure di straordinaria forza morale. Sono uomini che hanno sogni, rimpianti, paure ma soprattutto hanno corpi feriti e martoriati dal freddo e dalla fame, corpi a cui Bellei cerca di dare, come e quando può, assistenza. Lui, il fascista esemplare, si china su quell’umanità dolente senza mai un moto di ribellione verso chi ha mandato quegli uomini al massacro.
E quando rientrati in Patria, in una Bari che accoglie in festa le truppe decimate, sente il Duce in persona chiamare gli alpini a una nuova guerra sul fronte russo non si tirerà indietro. Partirà volontario.
Qui finisce il romanzo. E comincia la storia vera. Quella di un figlio ormai adulto che si ritrova fra le mani il diario del padre Giovanni (Giannino) Bianchi. Era nato nel 1914, laureato in medicina, partito volontario per le guerre fasciste, Francia, Albania e Russia da dove non è mai tornato.
Dietro di sé ha lasciato una moglie giovanissima e un bambino al quale ha dedicato il suo diario di guerra. Nella struggente Nota dell’autore che chiude il romanzo come in una sorta di epilogo Augusto Bianchi Rizzi racconta del ritrovamento del diario, della lettura, e soprattutto di una domanda del nipote Lorenzo che da tempo chiedeva una risposta: “Che tipo era il nonno?”. E racconta della decisione di costruire un romanzo sulla traccia di quel diario del padre che non ha mai conosciuto.
Cercando di ricostruire una memoria privata Augusto Bianchi Rizzi ha ripercorso la storia collettivi di uomini che hanno combattuto in Albania e così facendo ha ridato voce a una generazione di giovani che ha creduto negli ideali fascisti e che è stata tradita.
Lo storico Giorgio Galli nella prefazione al romanzo scrive: “Nella gigantesca guerra di continenti che ha insanguinato il mondo tra il 1939 e il 1945 i pochi mesi tra il novembre del 1940 e l’aprile del 1941 sono invece racchiusi nella parentesi di una piccola guerra italo-greca, quasi staccata e avulsa dal più tragico evento del XX secolo. Il romanzo di Bianchi Rizzi colma una lacuna. “
L’autore
Augusto Bianchi Rizzi, avvocato, scrittore e commediografo, vive e lavora a Milano. Tra le sue opere teatrali ricordiamo: Monologo a due (1984), L’ultimo dei Mohicani (1985), La vita è un canyon (1992), Ombre rosse (1993), Un uomo solo al comando (vincitore del Premio Vallecorsi 1997), Veronica e Guglielmo (2003); ha anche scritto il romanzo Figlio unico di madre vedova (1993), finalista al Premio Calvino.

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