SOLDATINI SPARATI di Barbara Cardamone

ESORDIO

Marzo 1998. Sono a casa di Cristina, mia carissima amica, a prendere un caffè. Sua caratteristica è offrirmi il caffè freddo... la caffettiera è un'idea troppo italiana. Sposata con un americano, sta perdendo lentamente le nostre tradizioni, come un buon caffè, per spirito di convivenza straniero.
"Barbara, sto vendendo delle uova di Pasqua, da parte del Comitato Maria Letizia Verga. Il raccolto servirà per la ricerca sulla leucemia infantile". "Mi dispiace, ma le ho già comprate... ", in realtà forse non era neanche vero. "Ma dai... almeno una... ", "Cri, non insistere!". Io ero così. Miseramente così. La diagnosi che hanno fatto a Filippo è stata la miglior frustata per capire che nella vita non si può essere... miseramente così.
Giugno 1998. I bambini hanno finito la scuola, sono felici; le ore a disposizione per i giochi sono numerose ma non bastano mai.Ho la fortuna di non lavorare e di potermi dedicare a loro a tempo pieno, di vederli crescere e scoprirli diversi giorno dopo giorno. La mia attenzione in questo periodo è rivolta soprattutto al più piccolo dei due, Filippo, di 5 anni e mezzo: lo vedo molto stanco e la cosa mi stupisce ma, inizialmente, penso che sia uno stato abbastanza normale, conseguenza dell'asilo, esperienza per lui nuova.
Le giornate le programmiamo insieme: ognuno ha i suoi desideri ma, sopra tutti, c'è sempre quello di invitare gli amici per fare il bagno in piscina.
Viviamo in una villetta bifamiliare e proprio da pochi mesi sono arrivati dei nuovi vicini che hanno due figli maschi più o meno della stessa età dei miei, Davide e Stefano. Sono loro gli ospiti d'onore che si esibiscono in tuffi e schiamazzi in mezzo a tanti altri bambini. Ognuno, in questa piccola piscina, custodisce gelosamente il suo spazio, così stretto e così intimo. Solo la merenda riesce ad essere un valido incentivo per uscire dall'acqua, che di trasparente non ha più niente. Un pomeriggio vengono a trovarci Silvia e Andrea (cari amici dei miei figli) con merende che solitamente non compero mai: cipster e patatine. Non faccio in tempo ad aprire il cancello che i bambini, nel correre verso il giardino, si tolgono i vestiti e si buttano nudi in piscina, con i miei figli già in acqua.
Io sono felice, perché posso chiacchierare piacevolmente con Luisa, la mamma di Silvia ed Andrea, sotto il salice, la mia pianta preferita che vedo crescere, anno dopo anno, sempre più ricca e nel mio piccolo giardino, dolcemente padrona di tutto.
Anche in quell'occasione noto che Filippo, più pallido del solito, resta poco in acqua. Chiedo ripetutamente a Luisa se anche lei lo vede "strano", ma mi dice che non nota nulla di particolare.
Oggi, a distanza di tempo, guardando le fotografie di quel pomeriggio, mi accorgo che Filippo sbadigliava spesso: la sua stanchezza era dunque veramente un segnale. Anche le altre mie amiche, in quel periodo, vengono sottoposte alle stesse domande: "Ma tu come vedi Filippo? Lo trovi normale? Non ti sembra pallido?" Ma nessuna aveva notato niente di strano, e neppure mio marito, Stefano, che vedeva il bimbo tutti i giorni e non condivideva le mie preoccupazioni. Così i miei dubbi venivano sminuiti dalle loro risposte, le mie ansie venivano placate dalle loro sicurezze.
Solo mia madre cominciava a condividere le mie apprensioni.
E pensare che non sono mai stata una madre ansiosa! Non sono mai stata particolarmente attenta al freddo, al caldo, alle mani lavate prima di andare a tavola: sono stata sempre molto ottimista eppure adesso mi sento diversa. Per questo trovo grande conforto nel parlare ogni giorno con una cara amica d'infanzia, Fabrizia, che nel rapporto con la sua unica figlia è decisamente l'anti-spartana per eccellenza. In questo momento Fabrizia e Flaminia, la sua bambina, sono già al mare, in una nuova casa in Toscana. Le nostre telefonate giornaliere si svolgono su due registri differenti: da un lato c'è il suo entusiasmo per le mille idee d'arredamento della nuova casa, dall'altro ci sono i miei timori sulla salute di Filippo. Nelle parole manca un filo conduttore, gli argomenti si incrociano, si accavallano, una parla e l'altra risponde a tutt'altro. Ed è per questo che le nostre telefonate, anche se lunghissime, si ripetono più volte nel corso della stessa giornata. Una, cara Fabrizia, la ricordo ancora nitida, quando una sera mi hai detto "Barbara ma tu stai esagerando! Giovanni (suo marito), ha visto Filippo ieri sera a cena e dice che sta benissimo: saltella, corre, è vivace come suo solito. Gli sei sembrata un po' giù tu. Stai serena sai che lui non sbaglia in queste cose!". Così Fabrizia mi hai rincuorata e le telefonate cominciano a prendere una piega diversa: l'obiettivo è ora organizzare una bella settimana al mare insieme.
In Francesco, il mio primogenito, Filippo e Flaminia, io e Fabrizia, vediamo qualcosa di speciale; quando sono insieme è come se la nostra infanzia si fosse fermata nel tempo. In loro rivediamo noi piccole e riviviamo emozioni e sensazioni della nostra infanzia; per questo nel loro gioco del girotondo possiamo benissimo entrare, senza essere viste... come leggeri fantasmi.
I bimbi sono eccitati al pensiero di partire, anche se l'idea di interrompere il corso di roller li intristisce un pochino, per i progressi sempre più evidenti e per il gruppo di amici che avrebbero lasciato. Forse, penso, prima di partire mi conviene portare Filippo dal medico: e così faccio. Dico al dottore che Filippo è molto pallido, ha poche forze, ha poco appetito, saltuariamente ha la febbriciattola. "Per forza ha febbre, lei lo fa stare troppo al sole e la sera il bimbo ha un rialzo di temperatura!".
"Dottore non potremmo fargli gli esami del sangue per vedere se è anemico?" " Guardi signora, lo visito per toglierle ogni dubbio ma sinceramente sono contrario a "bucare inutilmente il bambino"; lo faremo eventualmente fra un mese, dopo che avrà fatto una piccola cura di ferro".
Filippo, con molto disgusto per il cattivo sapore del medicinale, comincia la sua cura. Nel frattempo abbiamo continuato a vivere le giornate di vacanza.
Ed è arrivata la domenica decisiva in cui i miei dubbi hanno trovato una spiegazione. Massimo, il fratello di mio marito, ci invita un pomeriggio a casa sua con una decina di amici. Il divertimento lì è sempre assicurato: si organizzano giochi di ogni genere per i bambini, dalla pallavolo al tennis, dal ping pong all'attesissima bandiera.
Mentre saluto gli amici mi cade l'occhio su Filippo: è seduto su una sedia a sdraio, con lo sguardo completamente fisso nel vuoto e un colorito veramente preoccupante. E' grigio, senza forze e forse cosciente della sua estrema debolezza. "Elisabetta, Corrado venite subito!" La prima ginecologa, il secondo dentista, guardano attentamente il bambino: i loro sguardi si incrociano, sembrano dubbiosi, mi dicono che per un'anemia così forte occorrono degli esami del sangue, senza aspettare tempo.
Da quel momento i giorni, le ore, i minuti che hanno preceduto il prelievo mi sono sembrati interminabili. Vivevo come in un incubo, senza sapere e senza immaginare il vero perché.
Il pediatra accetta di farmi la prescrizione per gli esami un po' borbottando, come del resto è sua consuetudine, e il giorno seguente l'infermiera Lucia alle 7.30 è pronta per il prelievo. Finalmente mi sono liberata di un grossissimo peso, mi sento più leggera, più soddisfatta anche se non immagino niente di veramente grave. Abbiamo dovuto cambiare i nostri programmi e ritardare di qualche giorno la partenza per la Toscana, e Fabrizia, nonostante la sua abituale prudenza, è sì contenta ma nel contempo un po' stupita per la scelta fatta, che le sembra un po' allarmista.