GIOVANNI XXIII - Un uomo
chiamato giovanni
di AAlden Hatch
UNA VOLTA
IN CENTO ANNI
La grande giornata nella vita
di Angelo Roncalli cominciò giovedì 11 ottobre 1962, quand’egli si svegliò alle
quattro e cinquanta del mattino, dopo un breve sonno di appena quattro ore.
Aperti gli occhi nell’oscurità della spaziosa camera del suo appartamento in
Vaticano, egli ricordò immediatamente che giorno era, e subito con quel ricordo
rifluirono alla sua mente i pensieri di ansia e di speranza, di timore e di
conforto, e quel senso d’angoscia che lo opprimeva scomparve, scacciato dalla
fiducia che riponeva nella guida di Nostro Signore. Era quel giorno che egli
aveva atteso e preparato, e per il quale aveva pregato in quei quarantacinque
mesi da quando lo Spirito Santo lo aveva ispirato perché convocasse il Concilio
Ecumenico Vaticano II, circa a cento anni di distanza dal primo. In realtà, se
guardava indietro ai suoi cinquantotto anni di ministero sacerdotale, Papa
Giovanni poteva ben dire che tutta la sua vita non era stata altro che
un’inconsapevole, ma divinamente guidata, preparazione per quel fausto giorno
dell’apertura del Concilio Ecumenico.
Quand’era ancora un giovane prete, il suo primo incarico importante come
segretario di monsignor Radini-Tedeschi, vescovo di Bergamo, lo aveva posto
sotto la direzione di un generoso e saggio, coraggioso e geniale gentiluomo di
vecchio stampo, che non solo gli aveva dimostrato con l’esempio quel che deve
essere un vescovo per il suo gregge di fedeli, ma anche lo aveva voluto con sé
in tutti quei pellegrinaggi di fede dai quali egli aveva appreso che la Chiesa
Universale sa adattarsi a tutti gli usi e costumi dei popoli d’ogni terra e
d’ogni razza, sino a diventare un’esigenza naturale.
Il servizio militare come cappellano sui campi sconvolti dalla guerra e nelle
fetide corsie d’ospedale dove la morte era in agguato, durante la prima guerra
mondiale, aveva insegnato al giovane Roncalli l’odio per la guerra e l’amore per
quei soldati che avevano coraggiosamente combattuto per quegli ideali nei quali
credevano.
E al suo incarico, "come uomo di punta" di Benedetto XV e Pio XI, di coordinare
e riunire i vari Consigli nazionali dell’Opera per la Propagazione della Fede,
gelosi per la propria autonomia, sotto un’unica direzione a Roma, egli aveva
imparato a trattare con gli alti dignitari stranieri della chiesa e a
convincerli senza ferire la loro suscettibilità e particolarmente il loro
orgoglio nazionalistico.
Assai importanti, specialmente se considerati da un punto di vista ecumenico,
furono i vent’anni, trascorsi da monsignor Roncalli come Delegato Apostolico nei
Balcani e nel Vicino Oriente, che gli diedero una vasta conoscenza delle Chiese
ortodosse e suscitarono in lui la nobile ambizione di riunirle come un tempo a
quella di Roma. Come Nunzio Apostolico, nella Francia del dopoguerra, tormentata
da discordie interne, perfezionò la sua già grande abilità diplomatica e imparò
come comportarsi per avere la meglio su un popolo cattolico ma, in certi strati
sociali, fondamentalmente anticattolico.
Infine, negli anni meravigliosi in cui fu Patriarca di Venezia, l’antico "ponte
che congiunge l’Occidente all’Oriente", non soltanto poté godersi in tutta la
sua sublime magnificenza il suo ministero di sacerdote e capo spirituale di una
diocesi, ma anche apprendere quella conoscenza pratica del lavoro di un
funzionario e di un amministratore, senza la quale egli non avrebbe potuto
essere così preparato per affrontare tutti quei problemi immensamente complicati
che un Papa deve risolvere e per assumersi il gravoso impegno di convocare un
Concilio Ecumenico.
Soprattutto, Papa Giovanni poteva dire di conoscere a fondo l’animo dei
cristiani, avendone visti a migliaia, uomini e donne, sparsi in tutto il mondo e
divisi fra loro, e di conoscere altrettanto bene se stesso come servo di Dio,
munito di una grande volontà di fare del bene e di una fervida fede, per cui
sperava ardentemente che un giorno, anche se lontano, tutti i cristiani
sarebbero stati uniti e veramente fratelli sotto la protezione di Dio.
Pur in perfetto spirito di umiltà, Papa Giovanni tuttavia sentiva che il suo
lungo e difficile apostolato tendeva a una meta voluta dalla Provvidenza, e che,
con l’aiuto di Dio, egli avrebbe portato quel movimento per l’unificazione – che
secondo il suo illuminato giudizio era ora più sentito che in ogni altro tempo
dalla Riforma e dallo Scisma d’Oriente in poi – almeno un poco più avanti.
Anche se Papa Giovanni pensava che l’idea del Concilio gli era stata divinamente
ispirata allo scopo di rinnovare la Chiesa Universale e di rendere l’operato più
inerente allo spirito dei tempi attuali e, soprattutto, di appianare gli
ostacoli che si frappongono all’unione di tutti i cristiani, tuttavia era
comprensibile che timori e dubbi ancora lo preoccupassero. Molti esperti
prelati, specialmente tra i più anziani della Curia Romana, lo avevano messo in
guardia dai pericoli che potevano derivarne. Essi temevano infatti che il
Concilio provocasse polemiche o, peggio ancora, ingenerasse confusioni di pareri
sulla Rivelazione, oppure degenerasse in dispute ecclesiastiche che avrebbero
pregiudicato la vera fede.
Perciò, pur confidando che lo Spirito Santo avrebbe ispirato i Padri conciliari
e li avrebbe sorretti nelle grandi deliberazioni, come con gli Apostoli nel
famoso giorno della Pentecoste, era ciò nondimeno inevitabile che Giovanni XXIII,
successore di Pietro e Vicario di Cristo in Terra, avesse ancora dei timori, ma
anche Pietro aveva avuto le sue ore di smarrimento a Gerusalemme.
Non sarebbe stato umano che Papa Giovanni – il quale non si sentiva affatto un
superuomo – non si fosse alzato rapidamente dal letto e non fosse andato alla
finestra per vedere che tempo facesse. Era una giornata bruttissima. Raffiche di
pioggia velavano le luci accese di Piazza San Pietro ancora deserta e il vento
soffiava giù dai Colli Albani. La pioggia e il vento, pensò con un senso di
tristezza, avrebbero sciupato la festa, togliendole quella solenne fastosità
esteriore che avrebbe dato, al mondo in attesa, anzi confermato, la sensazione
di assistere a un avvenimento eccezionale.
Un poco deluso, ma rassegnato alla volontà di Dio, si allontanò dalla finestra
per andare a inginocchiarsi davanti all’altarino ch’era nella sua camera. Quando
il Segretario, monsignor Capovilla, venne a bussare alla porta, il Papa era
ancora inginocchiato.
Disse la messa, bevve una tazza di caffè, ma non riuscì a mandar giù nemmeno un
boccone, e poco dopo le sette cominciò la vestizione che durò circa un’ora.
Aiutato dal cardinale primo dell’Ordine dei preti e da altri prelati, Papa
Giovanni indossò le sacre vesti, tutte bianche: l’amitto, il camice, il cingolo,
la stola ricamata d’oro, il manto papale con il formale, infine gli fu imposta
la mitra preziosa. Le sacre vesti, e specialmente la mitra e poi il triregno,
sono di tal peso che a stento il precedente Pontefice, Pio XII, debole e
sofferente com’era, poteva sopportarlo. Invece Papa Giovanni, benché avesse già
ottant’anni passati, e da poco tempo avesse superato una crisi di quel male che
lo avrebbe portato alla tomba, era ancora robusto e sopportava bene quel peso
che gli ricordava, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’altro e ben più grave
carico di responsabilità che quel giorno doveva portare sulle sue spalle. Poco
dopo le otto il Papa si recò nella Cappella Paolina, dov’erano ad attenderlo
tutti i cardinali. Per questa solenne cerimonia essi indossavano soltanto
paramenti bianchi, come pure erano bianchi i piviali e le mitre dei
duemilacinquecento vescovi che affollavano le sale della Cappella Paolina sino
alla Sala Regia, dalla quale sarebbero poi scesi al portone di bronzo.
Quando Papa Giovanni entrò nella Cappella Paolina un raggio di sole gli balenò
sul volto, e attraverso le alte vetrate egli vide il cielo, lavato dalla
pioggia, d’un azzurro purissimo – la pace dopo la tempesta – e lo interpretò
come un simbolo e insieme una promessa. (continua ...)
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