OMBRE NERE
Il terrorismo di destra da Piazza Fontana alla Bomba al Manifesto

di Daniele Biacchessi

PROCESSO ALLA STORIA

L’aula bunker del San Vittore di Milano è uno di quei palazzi che da fuori somigliano più a una scuola che a un luogo per processi. Ma quando entri ti accorgi che non ci sono alunni, né classi, né bidelli. Ci sono due gabbie per gli imputati, strutture in ferro lunghe venti metri, arcaiche, con panche in legno, dure come il cemento. E li vedi i tavoli degli avvocati e dei giornalisti, con sedie che quelle sì sembrano fatte apposta per gli studenti. E il pubblico sta separato dal resto dell’aula. In quel 30 giugno 2001 ci sono proprio tutti. Molti di loro, fumano impazienti nel minuscolo e buio corridoio tra la scala e l’aula, in mezzo un enorme portacenere annerito. Siedono sopra i tavoli, si rileggono i passi salienti delle deposizioni al processo, si scambiano pareri, impressioni. C’è l’avvocato di parte civile Federico Sinicato, con la sua toga nera, l’accusatore, quello che si è letto migliaia di pagine del processo alla storia. E lì accanto sorride Luigi Passera, il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana. Lui, la sua innocenza l’aveva già persa 32 anni prima, davanti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Magro, la barba bianca, il viso scavato dagli anni, le mani che non stanno mai ferme ma ancora combattivo come allora. Lui che non si è perso un passo della lunga e complessa inchiesta. Stare ai processi, assistere i parenti delle vittime, convincerli a non mollare, non lasciarsi indebolire, promuovere iniziative, vincere il nemico di sempre, il tempo che passa e annulla quel che resta della memoria di un paese. Non è cosa da poco. Ci sono i legali della difesa. L’avvocato Gaetano Pecorella, deputato di Forza Italia, difende Delfo Zorzi, accusato di essere l’esecutore materiale di quella strage. Poi ci sono gli altri avvocati, quelli che seguono Giancarlo Rognoni, Carlo Maria Maggi, Stefano Tringali, Carlo Digilio. Anche loro di atti se ne sono letti, pronti a smontare il castello dell’accusa rappresentata dai pubblici ministeri Massimo Meroni e Maria Grazia Pradella.
In fondo alla sala stanno i giornalisti, pochi, appassionati, che non si sono persi neanche una seduta del dibattimento. Paolo Barbieri, Saverio Ferrari, Lorenza Ghidini, Vera Consalves della televisione giapponese. Tutto hanno appuntato su block notes ormai trasformati in lunghi papiri, una sillaba, un sospiro, una contraddizione dei testimoni, un passaggio delicato. Tutto segnato con pennarelli rossi, i nomi evidenziati in giallo, i profili, le schede. Fatto in modo scrupoloso, tanto per non dimenticare.

Perché scrivere di un processo di strage non è come raccontare un fatto di cronaca come tanti, magari un omicidio importante, un caso che divide l’opinione pubblica. Proprio non è così. Bisogna prestare attenzione ad ogni minimo particolare, un passaggio delle deposizioni, un anello di congiunzione. E confrontare le carte del passato, milioni di pagine, verbali, intercettazioni, spunti investigativi, mettere in connessione fatti, situazioni, personaggi. Perché è dai dettagli che si costruisce un’accusa equilibrata. E la somma di quei pezzetti di mosaico diventa poi un processo. Alla fine si trasformerà in una sentenza.

La campanella del processo alla storia suona di pomeriggio. Tutti la sentono squillare, alle 16,05 del 30 giugno 2001. E in quell’attimo che precede la lettura della sentenza è come udirle le emozioni che si rincorrono nell’aula. Le speranze dei familiari delle vittime, dell’accusa e della parte civile. Le angosce e i dubbi degli avvocati della difesa. Gli imputati in quell’aula, proprio non si vedono. Nessuno, nemmeno un cenno. Chiusi, lontani, nelle loro case in Giappone, a Venezia, a Milano.

Strage di Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, 16 morti, 88 feriti. Trentadue anni dopo, la società italiana è cambiata. Il Sid è diventato Sismi, Sisde e Cesis. Al governo non c’è più un monocolore democristiano ma una maggioranza composita, fatta di nuovi partiti, il Pci si è trasformato in Democratici di sinistra, il Movimento Sociale è Alleanza Nazionale, il giudice Gerardo D’Ambrosio ora è Procuratore della Repubblica a Milano. Ci sono meno operai, più lavori legati al terziario. L’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno si è sciolto come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Tutto diverso.
Il Presidente della seconda Corte d’Assise di Milano, Luigi Martino è un uomo con i capelli grigi, grande esperienza. Di cose ne deve aver viste e sentite prima del processo alla storia. Per mesi ascolta pazientemente neofascisti, uomini legati ai servizi segreti, soldati politici, generali, faccendieri. La corte esce, Martino legge la sentenza. Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni condannati all’ergastolo. Due anni a Stefano Tringali, militante di Ordine Nuovo, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Non luogo a procedere per Carlo Digilio.

Delfo Zorzi, veneto, militante di Ordine Nuovo. Viene definito dall’accusa come il capo militare dell’organizzazione. Studia lingue orientali all’Università di Napoli. Si appassiona alla cultura giapponese. Negli anni Sessanta è uno dei primi in Veneto ad aprire una palestra di karatè e arti marziali. È lui che fa scoprire al gruppo veneto il buddismo ed autori come Evola, Guénon, Steiner. In Giappone ci va negli anni Settanta. Prima è lettore di italiano all’università di Tokyo. Poi, con lo pseudonimo di Aldo Rossetti, scrive articoli per il quotidiano della Democrazia cristiana "Il Popolo". Chiede e ottiene la cittadinanza giapponese con il nome di Roi Hagen. Possiede un passaporto diplomatico. A Tokyo, oggi dirige società specializzate in import- export nel settore della moda. Un vero impero finanziario. Controlla aziende in Giappone, Russia, Corea. Ha interessi in Svizzera, Gran Bretagna, Estremo Oriente.

Giancarlo Rognoni leader politico e organizzativo del gruppo La Fenice di Milano. Per l’accusa è di fatto il capo della sede distaccata di Ordine Nuovo a Milano, vicino sul piano strategico alle cellule del Triveneto. Nel’69 viene denunciato a piede libero per un’aggressione avvenuta a Rimini. Nel ‘70 partecipa all’assalto alla sede del Pci di Brescia. Nel novembre di quell’anno viene arrestato per manifestazione non autorizzata a Milano. Nel luglio del ‘71 gli arriva un mandato di comparizione per l’assalto al circolo Perini di Milano. Nel ‘73 la polizia svizzera lo rintraccia a Berna e ottiene la libertà provvisoria dalla magistratura elvetica. È coinvolto nelle indagini sul fallito attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973. Si scoprirà anni dopo che la colpa dell’attentato doveva essere addossata alla sinistra. Una bomba che doveva rappresentare l’anello di congiunzione di un’operazione più estesa: gli scontri del 12 aprile a Milano tra neofascisti e forze dell’ordine, dove rimane ucciso l’agente Antonio Marino; la strage del 12 maggio alla Questura di Milano di via Fatebenefratelli compiuta da Gianfranco Bertoli che uccide quattro persone. Queste operazioni dovevano sfociare in un colpo di stato di tipo militare. Il 25 giugno 1974, Rognoni viene condannato a 23 anni di reclusione, insieme a Nico Azzi, Mauro Marzorati e Francesco De Min. Resta per anni latitante in Spagna.

Carlo Maria Maggi, medico veneziano, reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto, referente politico del segretario dell’organizzazione Pino Rauti. Fonda nel ‘57 e nel ‘61 le cellule di Ordine Nuovo a Venezia e Verona. È uno dei precursori dell’ordinovismo veneto. La sua figura attraversa tutti quegli anni. Per l’accusa, Maggi è il teorico delle stragi come metodo d’intervento politico e uno degli organizzatori dell’attentato in Piazza Fontana. (continua ...)